La disfunzione erettile dopo prostatectomia radicale

La disfunzione erettile rappresenta il principale problema funzionale successivo ad un intervento di prostatectomia radicale, con percentuali che possono arrivare fino al 90%, in base al grado di aggressività della neoplasia.

La prostatectomia radicale è un intervento chirurgico che consiste nell'asportare completamente la prostata, i deferenti e le vescichette seminali in pazienti affetti da carcinoma della prostata ed è un intervento diverso e ben più aggressivo di quello praticato per l’ipertrofia prostatica, patologia benigna della prostata. L’intervento praticato per la patologia benigna consiste nell’asportare una sola parte della prostata che in genere è quella che si sviluppa al centro della ghiandola (mentre il cancro in genere si sviluppa nella porzione periferica). Questo tipo di intervento non provoca deficit dell’erezione se non in rarissimi casi, ma determina la cosiddetta “eiaculazione retrograda” in quanto viene a mancare la spinta verso l’esterno del liquido seminale motivo per il quale esso si raccoglie nella vescica per poi essere espulso alla successiva minzione. Dopo un intervento di prostatectomia radicale, invece, il paziente non vedrà più fuoriuscire lo sperma dal meato uretrale durante l’eiaculazione in quanto l’intervento prevede sia la chiusura dei canali di trasporto degli spermatozoi che l’asportazione di prostata e vescichette seminali, responsabili della produzione di più dell’80% dello sperma prodotto.

Siccome l’obiettivo principale di un intervento di prostatectomia radicale è quello di eradicare completamente la neoplasia, è possibile che, al fine di raggiungere questo scopo, il chirurgo non abbia altre alternative se non sacrificare alcuni nervi e vasi che contribuiscono al mantenimento della funzione erettile e che decorrono molto vicino alla prostata. Ma il progresso e il perfezionamento delle tecniche chirurgiche attuali consentono, in casi selezionati, di preservarli, sia monolateralmente sia bilateralmente (la cosiddetta “nerve-sparing”), riducendo così la percentuale di pazienti che soffrono di disfunzione erettile post- operatoria. Talvolta, in alcuni casi, si assiste ad una perdita dell’erezione dovuta ad un danno funzionale temporaneo (neuroprassia) delle fibre nervose peniene che decorrono vicino alla ghiandola prostatica. La mancanza di erezione e la conseguente riduzione del flusso sanguigno inducono, a loro volta, una fibrosi dei tessuti cavernosi del pene (indispensabili per l’erezione) e un accorciamento dello stesso, impedendo in questo modo la ripresa della funzione sessuale una volta risolto il danno nervoso.

E’ possibile stimare l’entità della disfunzione erettile in pazienti sottoposti a prostatectomia radicale analizzando diversi fattori di rischio dividendoli in:

  • fattori pre-intervento (funzione erettile pre-intervento, età del paziente, patologie concomitanti);

  • fattori intra-operatori (preservazione dei fasci vascolo-nervosi, tecnica chirurgica adoperata);

  • fattori post-intervento (trattamento farmacologico al bisogno o riabilitativo).

Lo scopo fondamentale del trattamento riabilitativo della funzione sessuale del paziente sottoposto a prostatectomia radicale è quello di permettere una ripresa della funzione erettile adeguata al completamento di un rapporto sessuale soddisfacente e di impedire i processi di tipo fibrotico-involutivo che colpiscono precocemente il pene. È necessario pertanto che la riabilitazione inizi il prima possibile, già dalla rimozione del catetere dopo l’intervento chirurgico. La riabitazione viene effettuata con l’utilizzo di farmaci orali ad azione vasodilatatoria ( come sildenafil, tadalafil ecc..), con prostaglandine iniettate direttamente nei corpi cavernosi o con l’utilizzo di dispositivi come il vacuum che inducono l’erezione attraverso il vuoto d’aria. Bisogna tener conto, infine, che il tempo medio di recupero per un’erezione sufficiente ad un rapporto sessuale è di 6-12 mesi, ma in alcuni uomini può essere più lungo. Dopo l’intervento di prostatectomia radicale diventa quindi fondamentale il ruolo dell’andrologo che valuterà il percorso riabilitativo più adeguato, a misura del paziente.